IL PUNTO: Atari, E.T., Alamogordo, Microsoft e i problemi legati alla verità storica…

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As you can see, parlare di ALAMOGORDO e di quel maledetto scavo per recuperare le cartucce di E.T. è stata una roba che ha fatto molto LOST, ovvero ha sollevato l’hype generale ha livelli molto oltre il bordo della galassia esterna per poi svelare il mistero di Pulcinella, con tanto di scena con Pulcinella che prende a mazzate sul groppone Arlecchino.
Al di là dell’evidente entusiasmo per un accadimento che ha riportato in auge una grande casa videoludica come è stata ATARI e uno dei suoi più grandi Epic Fail, c’è di mezzo proprio una questione politica: avanzare apprezzamenti verso questa operazione mediatica equivale a inimicarsi tre quarti della popolazione mondiale dei retrogamer duri e puri, tentare di criticarla equivale a condannarsi volontariamente all’esclusione da tutte le feste che l’umanità potrebbe organizzare da qui all’Armageddon. In Redazione di RGM poi, immaginate un po’, ognuno ha la sua opinione che spazia da “Una grande mossa” a “hanno rotto il cazzo”, passando per “dopo Commodore solo la morte”. Dunque è con estrema umiltà e anche un po’ di giustificata paura che mi appresto a porre la parola “FINE” a questo penoso capitolo del retrogaming, delegando l’annoso incarico ad Andrea Pachetti, che dall’alto della sua enciclopedica preparazione e del suo blog “Quattro Bit“, ha scritto il post DEFINITIVO su tutta questa vicenda. Buona lettura. L’originale lo trovate QUI.

Questa volta mi trovo di fronte a un compito improbo, nel senso che contrastare la macchina mediatica orchestrata da Microsoft, mossa in seguito agli scavi avvenuti ad Alamogordo in Texas, appare davvero un’impresa impossibile.
La ritengo impossibile perché, al fine di opporsi alle semplificazioni che vengono propugnate come verità assolute in dieci righe, servirebbero numerose pagine di analisi sulle fonti storiche; pagine che non verrebbero praticamente lette da nessuno, perpetuando così il propagarsi delle approssimazioni.
La storia dei videogiochi è una scienza ancora molto giovane, che si confonde troppo spesso col “sentito dire” e col folklore: non ci sarebbe niente di male in tutto questo, se appunto le dicerie e i fraintendimenti fossero mantenuti su un piano diverso e non andassero a intaccare delle verità acquisite tramite fonti primarie.
Mi occuperò dunque brevemente di far notare le incongruenze che si sono lette in questi ultimi giorni: nella prima parte descriverò il periodo storico a cui appartiene la vicenda in questione, nella seconda segnalerò come l’episodio è stato commentato da alcuni testi di riferimento. Come al solito, nella parte finale, saranno citate tutte le fonti cui ho attinto per la compilazione di questo documento.

1. Atari, E.T. e il “crash” del 1983

Quando si parla della crisi nel mercato dei videogiochi avvenuta negli Stati Uniti durante il 1983 (“Video Game Crash of 1983“, secondo la definizione originale), gli analisti non concordano su quale fu l’insieme delle motivazioni che portarono all’implosione di tale mercato, sebbene sia possibile osservare il proliferare di software house che producevano videogiochi di scarsa qualità per l’Atari VCS, cartucce che andarono a saturare i negozi caricandoli di invenduto e portando a un progressivo abbassamento dei prezzi, che trascinò poi anche i grandi produttori.
Il 1983 fu anche l’anno di svolta per quanto riguarda il confronto tra home computer e console in àmbito videogame, con il decisivo affermarsi dei primi sulle seconde. Il 1983 è l’anno di consolidamento sul mercato del Commodore 64 (uscito nell’estate del 1982) e della chiusura delle divisioni elettroniche di Mattel e Coleco, che con l’Intellivision e il Colecovision furono i principali competitor di Atari negli anni precedenti.
In questo clima generale Atari aveva certamente un ruolo di punta, vista la sua posizione dominante. Passati da parecchio i tempi della gestione di Bushnell, l’Atari del tempo era controllata da Time Warner e aveva Ray Kassar come CEO. Alla figura di Kassar sono legati i due principali “fallimenti” di Atari, cioè la conversione di Pac-Man e il tie-in relativo a E.T., il film di Steven Spielberg, entrambi per la console VCS. Che queste produzioni siano state delle icone della parabola discendente di Atari è innegabile: stabilire che sia stato un singolo gioco a far crollare un mercato suona però quantomeno semplicistico.
Suona improprio anche parlare di un fallimento vero e proprio, dato che Pac-Man ed E.T. risultano essere tra le cartucce più vendute per VCS in assoluto: si può parlare di fallimento solo in quanto a previsioni di vendita, nel senso che il numero di cartucce prodotte fu di gran lunga superiore alle più rosee aspettative di Atari. Proprio a proposito di E.T. Ray Kassar, in un’intervista apparsa su Gamasutra, vuole limitare le sue colpe affermando che:
«Be’, ne abbiamo prodotte 5 milioni di copie, circa 5 milioni di copie di E.T. La maggior parte di esse ci sono tornate indietro. Avevo detto a Steve [Steven Jay Ross, allora CEO di Time Warner] che era ridicolo realizzarne così tante dato che non ritenevo sarebbe stato un best seller, ma ricordo che si irritò molto e mi disse: “No, no, è proprio quello che dobbiamo fare“»
L’unione tra l’abitudine di Atari a interrare le produzioni in eccesso e il clamore suscitato dall’insoddisfazione dei giocatori nei confronti di E.T. ha fatto poi nascere la leggenda urbana dei milioni di cartucce del piccolo extraterrestre seppellite ad Alamogordo, in New Mexico. Questa abitudine non era comunque un’esclusiva di Atari: si veda per esempio questo articolo, relativo alla dismissione del surplus di 2.700 Apple Lisa, avvenuta nel 1989.

2. La nascita di un falso storico

È bene ribadirlo nuovamente: la leggenda urbana è una questione numerica, e si basa sul seppellimento di milioni di cartucce di E.T. in una singola discarica. Che Atari avesse portato diversi camion di materiali ad Alamogordo è un fatto assodato da molti anni, confermato sia dai giornali dell’epoca che dalle ricerche successive. È stata l’approssimazione di molti cosiddetti storici dell’informatica, affiancata dalle chiacchiere da forum di internet a confondere e unire le due questioni.
Ciò che si può perdonare a una “discussione” da bar forse non deve essere scusato se invece si scrive un libro, sperando che almeno in questo caso vi sia una corretta analisi delle fonti primarie; ecco come una serie di studiosi hanno affrontato l’argomento nel corso degli anni, traduzioni mie dall’inglese.

Steven L. Kent, nel suo The ultimate history of video games, parla in questi termini:

«Atari rimase con enormi inventari di cartucce senza valore. Senza alcuna speranza di venderle, Atari ha interrato milioni di cartucce in una discarica nel deserto del New Mexico

Così Tristan Donovan, nel suo Replay: the history of video games:

«Nel settembre del 1983 le giacenze di E.T., assieme a montagne di cartucce, console, computer e accessori Atari invenduti oppure difettosi furono caricati su più di 20 camion dalla fabbrica di El Paso, in Texas. Da lì si diressero verso Alamogordo (…)»

Così Roberto Dillon, in The Golden Age of video games:

«Il gioco [E.T.] vendette circa un milione e mezzo di esemplari, lasciando un enorme inventario di cartucce invendute che vennero seppellite in una discarica nel deserto del New Mexico e più tardi distrutte.»

Jamie Russell, in Generation XBox: How video games invaded Hollywood:

«Giovedì 22 settembre 1983 una carovana di camion si mosse verso un’anonima fabbrica di El Paso. Si spostarono lentamente lungo le strade in una singola colonna, coi motori rombanti mentre imboccavano la Route 54, per dirigersi verso nord. Il loro carico? Milioni di cartucce per Atari VCS incluso E.T., il gioco più pubblicizzato nella storia della società. La loro destinazione? Una discarica di Alamogordo, in New Mexico.»

Chaplin e Ruby, in Smartbomb: The quest for art, entertainment, and big bucks in the videogame revolution:

«Nel dicembre del 1982 Atari rilasciò un gioco basato sul film E.T. di Spielberg: era così brutto che Al Alcorn, che aveva già abbandonato Atari, quando lo vide voleva piangere. Cinque milioni di copie di E.T. rimasero a prendere polvere in un magazzino Atari fino a che non furono buttate in una discarica.»

Montfort e Bogost, in Racing the Beam: the Atari Video Computer System:

«Una leggenda narra di cumuli di cartucce invendute di E.T., interrati da Atari nel deserto del New Mexico. La leggenda probabilmente è anche vera. Sebbene E.T. non sia nominato nello specifico, il New York Times riferisce che quattordici camion di materiale, incluse cartucce gioco, sono stati seppelliti in una discarica di Alamogordo e poi coperti di cemento, mentre dei sorveglianti tenevano lontani dal luogo i reporter e gli altri spettatori.»

Harold Goldberg, in All your base are belong to us: How fifty years of videogames conquered pop culture:

«(…)e così, senza tanti complimenti, milioni di cartucce di E.T. sono state gettate, schiacciate e seppellite ad Alamogordo. Polvere di plastica erano e polvere di plastica (e sabbia del deserto) sono ritornate.»

In questi esempi si può notare (a vario livello) l’approssimazione di fondo di cui parlavo in precedenza, che è stata definitivamente superata solo in occasione della ricerca svolta da Marty Goldberg e Curt Vendel per il loro libro Atari Inc: Business is fun, testo al quale rimando per una trattazione approfondita in materia e nel quale mostrano, mediante l’analisi delle fonti scritte e interviste al personale dell’epoca, che ciò che è stato interrato ad Alamogordo proveniva dalla fabbrica di El Paso.
Si trattava di un insieme misto di hardware e software su cartuccia, dismissioni programmate nell’ambito della riconversione della fabbrica stessa, dato che la produzione di cartucce si stava spostando in estremo Oriente. Qui, per esempio, un’intervista audio a Curt Vendel in cui la questione viene approfondita ulteriormente.

Da Softline Vol. 3 No. 2, November-December 1983, p. 50

Conclusione: La “NON-NOTIZIA” di oggi

Quella che oggi viene data, sia dalla stampa generalista che da quella di settore, appare dunque come una “non-notizia”, nel senso che il ritrovamento di cartucce interrate (di vario tipo, di produzione Atari, tra le quali certamente numerosi esemplari di E.T.) è semplicemente un’ulteriore conferma sperimentale a quanto affermato negli studi più recenti e, secondo i fatti mostrati, nega la leggenda urbana. La confermerebbe soltanto in caso venissero trovati milioni di esemplari della cartuccia, cosa che allo stadio attuale non risulta in alcun modo verificata.
La questione riguarda l’entità numerica del ritrovamento e la presenza esclusiva di cartucce E.T., non l’essenza e la veridicità del ritrovamento stesso, che nessuno invece dovrebbe mettere in dubbio. È troppo semplice usare un tono sensazionalistico per dimostrare una tesi negandone di fatto l’ipotesi: mi auguro quindi che l’esposizione sia stata utile per iniziare ad approfondire la questione e che, nel tempo, il falso storico creato in questi giorni a fini di marketing non rimanga l’unica verità sull’argomento.

Fonti:
«Atari parts are dumped.» The New York Times, 28 settembre 1983 <link> Chaplin, Heather e Ruby, Aaron. «Smartbomb: The quest for art, entertainment, and big bucks in the videogame revolution.» Algonquin Books, 2005
Cohen, Scott. Zap! «The rise and fall of Atari.» McGraw-Hill, 1984
Dillon, Roberto. «The golden age of video games.» CRC Press, 2011
Goldberg, Harold. «All your base are belong to us: How fifty years of videogames conquered pop culture.» Three Rivers Press, 2011
Goldberg, Marty e Vendel, Curt. «Atari Inc: Business is Fun.» Syzygy Press, 2012
Herman, Leonard. «Phoenix: The fall and rise of videogames.» Rolenta Press, 2001 (3rd ed.)
Kent, Steven L. «The ultimate history of video games.» Three Rivers Press, 2001
Montfort, Nick e Bogost, Ian. «Racing the Beam: The Atari Video Computer System.» MIT Press, 2009
Russell, Jamie. «Generation XBox: How videogames invaded Hollywood.» Yellow Ant, 2012

 

http://quattrobit.blogspot.it/

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Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva a RGM su un cargo battente bandiera liberiana e si installa in redazione nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con Doc Nabakù, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.
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