Farenz : PRESS PLAY ON TAPE. Storia di un libro senza Commodore 64 e senz’anima

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Siamo a Milano, in uno di quei baretti alla moda dove vanno tutti quelli che bazzicano quel tipo di ambiente che è sempre a un passo dallo sfornare il capolavoro di una generazione e invece ti pubblica i fumetti di SIO o le figurine di FAVIJ.
C’è pieno di sedicenti disegnatori, scrittorucoli e pseudo-giornalisti che sbarcano il lunario facendo i consulenti o tenendo corsi alla IULM. Tutti sembrano divertirsi. Tutti, tranne due figure che parlottano sedute da sole a un tavolo in disparte.
«Cavolo, Paolo… La Limited Edition Book sta messa troppo male: vorremmo emergere dalla palude dei piccoli editori, abbiamo degli scrittori dal riconosciuto talento, ci diamo da fare in ogni modo ma non c’è verso, non riusciamo proprio a farci conoscere. Se non scuciamo i soldi non abbiamo spazi pubblicitari e adesso siamo al verde, abbiamo i debiti. Quelli dell’agenzia promozionale mi guardano male e non salutano neanche… Eppure abbiamo dei grandi scrittori, ti giuro». E Paolo risponde: «Lo so, Simone: è un mondo difficile. Qui ci vorrebbe un’idea rivoluzionaria. Qualcosa che ci permetta di prendere due piccioni con una fava. È inutile avere dei bei romanzi se nessuno sa che li vendiamo. Sai ché, non ti deprimere, dai. Io forse una soluzione ce l’ho…» ( shared from Chi non Corre è Perduto )

Tipo così

Tipo una cosa così

Allora Paolo mette una mano sulla spalla dell’amico e comincia: « Vedi Simone, è tutto molto semplice. Alla gente non frega niente della qualità di un romanzo, dello stile narrativo originale, del messaggio trasmesso intersecando millemila sottotrame che confluiscono nella trama principale e conducono all’epilogo di questa ceppa di minchia. Se nessuno ti conosce, nessuno ti compra. È così facile da capire in fondo. »
Simone fissa inebetito il suo amico. La birra strinta nella mano e due sottili baffetti di schiuma sulle labbra che lo fanno assomigliare ad un vecchissimo Salvador Dalì.

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L’epilogo della ceppa di minchia

« Quello che dobbiamo fare noi adesso è stravolgere l’ordine delle cose, rivoluzionare la situazione. Se prima potevi diventare famoso scrivendo libri, adesso se vuoi scrivere libri devi essere famoso, e lo sai perchè? »

« No, perchè? » sussurra Simone.

« Perchè se sei famoso tutti ti conoscono già e sanno che hai scritto un libro, ergo, tutti sono curiosi di leggerti per vedere se sei un vero scrittore o un cazzaro». Paolo si prende una pausa drammatica, alza la mano battendosi l’indice sulla tempia, sorride e dice: «Pensaci. Il segreto è tutto lì».
Simone è folgorato e lo fissa a bocca aperta, ma basta qualche istante che assume di nuovo l’espressione sconsolata che il suo amico conosce troppo bene. « Sì, ma come possiamo scritturare la gente famosa? Cioè, il problema è che per fare un investimento del genere ci vogliono soldi e poi magari questi VIP non sono neanche in grado di scrivere la lista della spesa».

Paolo sorride. Sa che il suo amico si aspetterebbe la solita scenetta di circostanza, con lui che gli dice che, sì, forse ne hanno bevute un paio di troppo, che c’ha ragione, che l’Italia è un paese di merda e non c’è nulla da fare. Ma questa volta non è così, questa volta è diverso.

« Io ho la soluzione Simo. Ce la possiamo fare, ma la gente famosa la dobbiamo pescare da INTERNET».
Simone rimane interdetto. «Ma come da internet? Cosa vorresti dire? Glielo chiediamo via email?» Paolo sbotta bruscamente: «No Simo, lascia fare. Lo chiediamo agli youtuber con i canali più seguiti, alle blogstar più lette, insomma, lo proponiamo a gente che abbia già un pingue bacino di utenza e che si sappia pubblicizzare da sola. Male che vada, con i numeri che hanno, i costi li recuperiamo di sicuro, e noi non dobbiamo neanche spendere un euro per fare promozione. Fidati di me: la soluzione è INTERNET ».

Quando si dice una grande idea

Quando si dice una grande idea

Vi è piaciuta? È una bella storia, no? Cioè, quante volte l’avete sentita una cosa del genere? Non ci arrivi coi pochi mezzi che hai e quindi sei costretto a inventarti una cosa, una cazzata per svoltare. E poi la cazzata alla fine cazzata non è e…SVOLTI. Cristo Santo SVOLTI PER DAVVERO!
Ecco. Quella sopra potrebbe essere benissimo la storia della Limited Edition Book, una casa editrice nata nel 2013 che si è buttata nella pubblicazione di autori provenienti direttamente dallo sfavillante mondo di internet, creandosi una collana dedicata allo scopo, la collana BLOG GENERATION nella quale è annoverato anche il primo libro di Marco “FARENZ” Farina: PRESS PLAY ON TAPE. Storia di un videogiocatore senza commodore 64.
Prego la regia di passare una foto del tizio in questione in uno dei suoi momenti di massima serenità.

Ho scritto un libro! Avete capito? Un cazzo di libro!

Oh! Ho scritto un libro! Avete capito? Ho scritto un cazzo di libro!

Ora, non è che sia qui a dirvi qualcosa riguardo allo zen e all’arte della scrittura. Io sono uno di quelli che crede che scrivere sia un po’ come cantare. È una cosa che ti viene spontanea dal profondo dell’anima, che ti libera mentre la fai e che, con la giusta predisposizione d’animo, è molto difficile non essere in grado di fare.
Sì, certo. C’è una microscopica fetta di mondo che proprio non riesce a cantare, tipo mio fratello che quando ci prova fa correre i gatti del vicinato con il sangue alle orecchie, ma la percentuale è misera e se uno si applica veramente, magari seguendo anche dei corsi, almeno “Fra’ Martino” riesce a cantarla senza frangere le lenti degli occhiali di chicchessia.

Scrivere è addiritura più facile che cantare perchè una casa editrice che si rispetti mette sempre a disposizione degli autori un servizio di editing prima, e di correzione delle bozze dopo. In questo modo anche il più scandaloso degli scrittori può sperare di tirar fuori qualcosa di decente che non faccia necessariamente affogare il lettore nella propria diarrea.
E adesso metto su un bel video motivazionale, tanto per spezzare, ché se siete arrivati fino a qui e volevate leggere la rece del libro di Farenz vi sarete anche (giustamente) rotti i coglioni.

 

Il libro di Farenz si va ad accodare a quelli di altri personaggi illustri del net, tra cui il buon vecchio Alessandro Apreda che con il suo libricino del potere di Grayskull ha già suonato sul palco di questo blog qualche mese fa.
Voi magari vi chiedete se questo Farenz-libro ha delle affinità con quello di Apreda, giusto? No. Per niente. Non ce l’ha. Press Play On Tape non è un tomo dal parziale valore didattico come quello di Alessandro. Non è un’opera tecnologicamente progettata per far venire il groppo in gola a un’intera generazione. Non è neanche disponibile a un prezzo socialissimo in ebook sul Kobo Store, ve la dovete susinare in versione cartacea senza obiettare, muti e rassegnati, spendendo quel LADROCINIO di cifra pari a 12,90 euro per stringere tra le mani un volumetto striminzito di 125 pagine, stampato in caratteri grossi-grossi su carta riciclata.
Però a Marco Farina un grande merito glielo devo riconoscere: l’onestà intellettuale di aver dichiarato i suoi intenti da subito, già dalle prime pagine, in modo da fugare ogni dubbio sullo scopo e le ambizioni della sua opera.

Press Play On Tape è infatti un libro scritto solo esclusivamente per i discepoli dell’angolo di Farenz (così il buon Farina definisce i suoi afecionados), e di questo insieme in senso generale vengono specificati due sotto-insiemi in particolare:

1) I Ggiovani bimbiminkia che sono curiosi di apprendere le origini videoludiche del loro beniamino/eroe Farenz.

2) I vecchi di merda come me, che di Farenz normalmente fottesega, ma rileggendo quello che Farenz racconta magari potrebbero rivivere qualche emozione dei bei tempi andati, imbruschettandosi l’occhio e tirando pure qualche moccolo.

 

Capirete quindi che, partendo da una premessa del genere, Farenz si precluda anticipatamente una bella fetta di mondo. Perchè magari sarà anche vero che non tutti possono diventare dei grandi artisti e un grande artista possa celarsi in ognuno di noi, ma io che Farenz non l’ho mai seguito e sono pure nato nel ’72 non mi sono sentito minimamente motivato nel proseguire la lettura.

Ovviamente però c’er sempre lo spitito di quei 12,90 euri spesi che gridava vendetta dal profondo del portafoglio tarmato, quindi lo stimolo per proseguire l’ho trovato, e una volta arrivato alla fine posso dire anche che il suddetto stimolo NON era intestinale.

Il buon Farenz ha suddiviso la sua opera in 9 capitoletti, ognuno dei quali incentrato su un particolare episodio autobiografico che ne potesse rappresentare la personale evoluzione videogiocosa. Partendo dall’entrata in casa Farina del mitico Atari 2600 si seguono le peripezie del giovane Marco alle prese con le console via via sempre più evolute. Leggiamo del suo passaggio dagli 8 ai 16 bit, del grande coito interrotto che fu il non riuscire a possedere un Commodore 64, dell’arrivo del NES e il rimpallo sul Mega Drive. Fino ad arrivare al lungo limbo col PC che tutto ingoia e appiattisce per infine ritornare a riveder le stelle con la sua indipendenza economica, e la possibilità di acquistare tutte le cazzo di console che la triade Sony, Microsoft, Nintendo potevano propinare al mercato globalizzato.

Insomma, un percorso personale, un’autobiografia videoludica stilisticamente scritta paro-paro ai dialoghi dei suoi video, tant’è che i tempi e le battute espressi in video non sempre riescono a funzionare in versione cartacea, ed è qui che casca l’asino secondo me.

Sono da queste cose che si capisce dove sta un vero scrittore e dove sta lo scribacchino, dove sta il musicista e dove sta lo strimpellatore, ma tant’è, alla fine tutte queste riflessioni sono solo un fuggevole dettaglio, quello che conta veramente è che la mia teoria dello scrivere/cantare enunciata un bel po’ di righe sopra è confermata: anche Farenz riesce a cantare. Non è Freddy Mercury e neanche Gianni Drudi ma il suo lo fa, e volendo far finta che il prezzo di copertina sia di circa 6-7 euro, si porta a casa una risicata sufficienza.

 

Un’ultima osservazione riguarda la fluidità della lettura che non è sempre omogenea. Soprattutto nei primi capitoli traspare una certa difficoltà nel padroneggiare concetti ed emozioni forse troppo lontani nel tempo, e quello che ne deriva è un certo effetto AMARCORD che abbassa troppo i toni a un livello didascalico, freddo, poco emozionale, mentre man mano che si avanza nei capitoli e ci si avvicina alla fine, l’autore ne acquista in scioltezza e padronanza dell’argomento, sentendosi lui stesso più a suo agio e di conseguenza facendoci sentire anche il lettore.

BEST CHAPTER EVER: Il quinto, “Linda, Mike Tyson e la nascita di un Nerd”, un capitolo che è un lampo nella notte in cui Farenz riesce a trasmettere delle emozioni vere a chi si vuole confrontare con lui. Peccato che duri solo 14 pagine e poi ciao.

GIUDIZIO

MEHSenza Commodore 64 ma anche un bel po’ senz’anima

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Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva a RGM su un cargo battente bandiera liberiana e si installa in redazione nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con Doc Nabakù, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.
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