Ucronia – What if … Atari avesse continuato a dominare il mondo dei videogiochi. (parte 1)

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Gennaio 1984.
Sono anni belli negli Stati Uniti d’America: il popolo dei videogiocatori casalinghi è sempre attivissimo e appassionato, i media non considerano morto il business dei videogiochi, la società produttrice di videogiochi e hardware Atari è ancora padrona di più della metà del mercato e riesce a sfornare prodotti il cui valore qualitativo è nettamente superiore all’attuale media (tarata su “diarrea”).

Novembre 2013
Durante il Lucca Comics, mentre vago per i vicoli cercando inutilmente una posto libero in una pizzeria adusa all’impiego della mozzarella di bufala, vengo tramortito e scaraventato in una cantina da due energumeni col passamontagna. Mi risveglio due ore dopo, legato a una sedia, quando mi viene chiesto cosa ne penso del mondo del retrogaming. A seguito della risposta, l’impatto della mascella contro un tirapugni cancella completamente dalla mia bocca un incisivo e la voglia di pronunciare la parola «simpatico». Successivamente entra nella stanza un individuo mascherato da Joker con una valigetta piena di strumenti di tortura.
Il giorno dopo, reinterrogato sullo stesso tema, confermo ancora la mia opinione. A quel punto, valutata la mia incredibile resistenza al dolore, vengo slegato e condotto al cospetto di Emiliano Buttarelli che mi assume nella redazione di RGM. Successivamente entra nella stanza un individuo mascherato da Joker con una valigetta piena di strumenti di tortura.

Cari retrogamers, se per caso questa storia vi sembra strana o sbagliata è perchè mi sto cimentando in un genere a me sconosciuto (fino a pochi minuti fa), ma che potrebbe regalarvi delle emozioni se siete appassionati di retrogaming. Oggi si va di UCRONIA.

( shared from Chi non Corre è Perduto )

 

Bella storia vero? Intendo la parte dedicata ad Atari, ovviamente, ché quella che mi riguarda la devo negare in pubblico almeno finchè non riesco a rintracciare la telefonata e liberare moglie e figlia prigionieri chissà dove.

La redazione di RGM vuole TE!

La redazione di RGM vuole TE!

È un peccato che su questo piano temporale le cose per Atari non siano andate per niente bene, e lo sapete perchè? Perchè nella vita, in generale, si fanno scelte sbagliate: si gira a destra quando era meglio evitare il frontale con la circolare delle 18, si prova sempre a trovare parcheggio il più vicino possibile alla spiaggia, si scommette tutto su OS X quando esce sul mercato Windows 95. Sono gli EPIC FAIL della quotidianità quelli che ci fregano, e se fregano l’uomo della strada figuratevi cosa può succedere quando le scelte sbagliate le fanno le grandi aziende, quelle proprio grosse, quelle che magari dominano il mercato e dopo, di conseguenza, non lo dominano più.

Sopra: scelte azzardate

Sopra: scelte azzardate

Il caso di Atari è esemplare: un’azienda che nel corso della sua storia ha inanellato una serie incommensurabile di epic fail che l’hanno portata a scomparire dal mercato videoludico dopo averlo praticamente inventato. E allora, io e monsignor Buttarelli, abbiamo voluto provare a raccontare una storia diversa, come nei “What if” di Marvelliana memoria, provando a immaginarci cosa sarebbe successo se la casa di Sunnyvale avesse azzeccato tutte, ma proprio tutte, le sue mosse, e cosa poteva essere il mercato videoludico moderno se tutto questo fosse realmente avvenuto. Venite retropupi, adesso l’uomo nell’alto castello si chiama Nolan Bushnell.

1976

Nel 1976, Nolan Bushnell è un uomo di successo. Possiede una bella casa, una bella macchina, ed ha una grande vasca idromassaggio dove ama concludere i suoi affari fumando marijuana e bevendo birra con gli altri imprenditori della Silicon Valley.
Nel 1976, Nolan Bushnell è a capo di Atari, una delle prime e rinomate imprese tecnologiche d’America. Un’azienda, si dice, che ha contribuito pesantemente a fondare un nuovo mercato molto promettente, in forte espansione, nel quale molte imprese intendono essere presenti: i videogiochi.
Nel 1976, Atari è sinonimo di videogioco, sia in sala giochi che a casa. Con il suo gioco di maggior successo, PONG, ha spillato monetine da 25 centesimi dalle tasche dei videogiocatori di tutta la nazione, guadagnando quelle cifre da capogiro che gli hanno permesso di mettere a punto delle conversioni casalighe che stanno colonizzando i salotti degli americani.
Sempre nel 1976, Atari è un azienda rampante e dinamica, dove i giovani ingegneri freschi di laurea ambiscono ad approdare, e dove il regime lavorativo è molto lasco e rilassato, così come il codice di abbigliamento e mille altri dettagli che oggi come oggi caratterizzano in maniera stringente le aziende moderne. Si può dire con relativa certezza che Atari sia un’emanazione diretta del suo presidente/fondatore. Sì. Nel 1976, Atari è l’incarnazione aziendale di un hippie.

Cioè, boh, cioè, minchia zio oh. Cioè, basta

Ma cosa sta passando per la testa di Nolan Bushnell nel 1976? Beh, Nolan è preoccupato per il futuro. Sa che PONG è vecchio di 4 anni e che non potrà sostenere in eterno l’azienda. Sa che c’è bisogno di prodotti nuovi per rimanere competitivi sul mercato, tant’è che ormai i cloni di PONG commercializzati dalla concorrenza sono diventati troppi e pregiudicano pesantemente il fatturato. Sa che bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, di innovativo, per essere sempre un passo avanti agli altri nell’intricata foresta dei videogiochi. Sa che se si vuole uscire vivi da quella foresta bisogna essere lupo, e Nolan intende esserlo lanciando quel nuovo prodotto che gli ingegneri del reparto Ricerca e Sviluppo gli hanno proposto e che dicono sarà il futuro per tutti: una console a cartucce intercambiabili. Una console non dedicata a un solo, unico gioco, ma sulla quale si possano caricare i tanti giochi diversi che piacciano al giocatore.

Un sogno? No. Una realtà pronta per essere commercializzata, ma per farlo occorrono soldi, tanti soldi. Tutti quei soldi di cui al momento Atari non dispone, perchè se è pur vero che gli arcade se la cavano bene e le console da casa stanno vendendo, i costi di produzione sono elevati e il margine di guadagno non è abbastanza alto per garantire lo sviluppo della nuova console, senza contare poi che, con tutti quei cloni in giro, l’onda di popolarità si sta esaurendo. Quando la moda sarà passata (e sta già passando), Atari si ritroverà chiusa all’angolo. Impossibilitata a vivere in eterno sulle spalle di PONG, sarà incapace di rinnovarsi per mancanza di liquidi.

Nolan è lì che ci pensa quando bussano alla sua porta gli uomini della Warner. Gente col completo italiano e la cravatta stretta, ben pettinati e con gli occhiali da sole, ma con una valigia ventiquattrore con dentro una trentina di milioni di dollari. Dicono di essere interessati alla sua azienda, dicono che vogliono entrare nel mercato dei videogiochi e la vogliono per sé. Nolan guarda la valigetta aperta sulla scrivania e si rende conto che il futuro di Atari è proprio lì, davanti ai suoi occhi, in comode mazzette in biglietti da mille che profumano di inchiostro fresco, e un contratto che lo obbliga a farsi da parte e non immischiarsi più nel mondo dei videogiochi almeno fino a Ottobre del 1983.

Siamo contenti Nolan?

Siamo contenti Nolan?

È un buon affare? Certamente sì.

Un buon affare per lui? NO.

Nolan rifiuta chiudendo la valigetta e gettando il contratto nel tritacarte che lo riduce in tante sottili striscioline carnevalesche. Gli uomini di Warner non credono ai loro occhi. Quale pazzo su questa terra oserebbe rifiutare un accordo del genere? Un lauto compenso, una buonuscita coi controfiocchi in cambio di un minimo impegno: farsi gli affari propri. Nessuno rifiuterebbe, nessuno. Nessuno tranne Nolan Bushnell, ovviamente, il quale probabilmente galvanizzato dagli effetti della fantastica ganja indiana che aveva fumato nell’ufficio di Al Alcorn quella mattina stessa, si sente in dovere di mettere in discussione un accordo praticamente già fatto, e di controbattere con una proposta che ha dell’incredibile:

« Sì, ok. Ci sto. Ma voglio rimanere presidente della mia azienda con i pieni poteri. A casa mia farò quello che cazzo mi pare, ma nelle scelte strategiche del gruppo non metterò bocca. Prendere o lasciare signori miei »

Gli ambasciatori di Warner si stringono nelle spalle un po’ imbarazzati. Si riabbottonano i completi, prendono la valigetta, fugaci strette di mano e sono già fuori dall’edificio. Si lasciano alle spalle un Nolan Bushnell che si stiracchia poggiando i piedi sulla scrivania. È sollevato ma anche un po’ irrequieto. Guarda fuori dalla finestra osservando la loro Lincoln Continental Nera che esce dal parcheggio. Non sa se dovrà rimpiangere quella decisione, ma del resto quella gente proprio non gli andava a genio. Come si permettevano di venire lì a comprare la sua vita e i suoi sogni con i loro completi inamidati e quel tanfo di dopobarba? Se proprio doveva capitolare, si sentiva in diritto di farlo con stile.
La sensazione di aver fatto il passo più lungo della gamba non lo abbandonava, per lenirla aprì il primo cassetto della scrivania dove pescò un pizzico di erba da un sacchetto di velluto marrone, e se la pigiò nella pipa.

Spinse il bottone sull’interfono: «Pam, non voglio essere disturbato. Oggi non ci sono per nessuno»

Fumò per tutto il resto della mattinata.

La settimana dopo, Nolan firmò il contratto. Atari entrava a tutti gli effetti nel gruppo Warner con la clausola che lui rimanesse saldamente al timone.
Il futuro poteva ancora essere scritto e sarebbe stato a cartucce.

Fine primo episodio. Titoli di coda. Sigla.

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Uomo di mare, scribacchino, padre. Arriva a RGM su un cargo battente bandiera liberiana e si installa in redazione nel posto più vicino al distributore di merendine. Nel suo passato più o meno recente ci sono progetti multimediali falliti in collaborazione con Makkox, progetti multimediali falliti in collaborazione con Doc Nabakù, tre libri scritti in collaborazione con se stesso ma non ancora falliti. Atariano della prima ora, gli piace molto giocare ai giochini vecchi. Tutte le notti guarda le stelle e aspetta che arrivino gli UFO.
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