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Lone Survivor – Quando i pixel terrorizzano più dei poligoni

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L’arte videoludica, come tutti sappiamo è racchiusa in molteplici contesti. Uno su tutti quello prettamente visivo. Partendo dagli albori, eravamo attratti dai pixel di un personaggio, come fosse una bella donna. In quei cubettini su schermo immaginavamo e vedevamo cose che nessuno riusciva a percepire, se non con gli occhi di un videogiocatore appassionato. Astronavi, esplosioni erano solo un inezia. Man mano che il tempo passava, e gli hardware si potenziavano, questo aspetto andò sempre di più mutando. Dai pixel appunto, ai poligoni, quei milioni di poligoni che oggi giorno fanno impazzire l’attuale e futura generazione. Ma, personalmente con uno sguardo malinconico al passato, il pixel è quello che più mi fa sentire la vera essenza di un videogame, sia come forma espressiva, che puramente artistica. Ma questo aspetto non è solo soggettivo, ma oggettivo per molti addetti ai lavori. Ecco perchè oggi giorno si parla di “pixel art” in maniera così spiccata. L’arte visiva nelle due dimensioni non è stata mai così attuale, tanto è che diverse software house indie e diversi autori alla soglia del 2014, producono grandi perle sfruttando al meglio i pixel del passato rinvigorendoli con nuovi effetti dettati dalle potenze delle macchine attuali. Per questo motivo ho deciso di parlare di un titolo nuovo, quanto vecchio in stile, che sicuramente mette alla luce la possibilità di creare in maniera massiccia un titolo di grosso calibro forgiato con un budget irrisorio, contrapponendolo ai tanti blasonati tripla A dell’attuale generazione di videogiochi. Sto parlando dello spettacolare horror game di Jasper Byrne; - Lone Survior  -

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